sab
21
mag
2011
Le terre monferrine il prossimo anno avranno la tutela e sovraintendenza dell’ Unesco come patrimonio naturale da preservare. Le dolci e morbide colline sono uno spettacolo della natura,
specialmente ora che le viti sono rigogliose di maturi grappoli, prossimi alla vendemmia.
Imbocchiamo la strada bianca che conduce all’azienda. Si entra dal retro, dove oltrepassato l’arco di ingresso ci si trova davanti ad una corte chiusa di una antica cascina del ‘700 piemontese.
La struttura non è consueta per queste zone; sull’ampia zona centrale si affacciano la casa padronale con piccola torre e orologio, i porticati, le vecchie scuderie e la casa colonica, dove oggi
è ospitato un piccolo bed & breakfast. Siamo a Cascina Valpane, presso l’omonima Cantina, ad Ozzano Monferrato (AL), nel cuore delle terre monferrine.
Dall’inizio del secolo scorso è proprietaria di questa storica cascina la famiglia Arditi.
Oggi è Pietro il primo e praticamente unico attore di tutte le attività aziendali. La cascina funge anche da fattoria didattica. Le terre di proprietà sono tutte attorno: prato, coltivazioni di
cereali e vitigni sono il panorama attorno alla casa. Al momento la superficie vitata utilizzata e produttiva è di meno di dieci ettari, più due in affitto, ma c’è il progetto di riportare le
viti dove sono sempre state presenti. I terreni sono calcarei-argillosi e il microclima favorevole sono l’ideale binomio per una viticultura di qualità. Le vecchie mappe catastali e documenti
conservati nell’archivio di famiglia dimostrano la lunga tradizione vitivinicola dell’azienda. Nel 1898 i suoi vini furono premiati alle fiere di Bordeaux e Digione.
Oggi Pietro produce Barbera e Freisa, ma da quest’anno dovrebbe tornare a vendemmiare anche il Grignolino, vitigno e vino tipico di questo territorio.
Si è ripartiti nel risistemare a dovere le cantine, che oggi sono dotate di moderne attrezzature, mantenendo l’architettura di un tempo e alcune scelte tecniche e soluzioni per le opere di
cantina.
Pietro Arditi ha formazione universitaria di veterinaria, ma da sempre attivo e partecipe alla vita agricola, così seguendo la sua inclinazione ha poi deciso di buon piglio di seguire e far
rinascere i fasti dei vini di Cantine Valpane. Così è assai attendo alla naturalità del vino, che parte necessariamente dalla vigna. Il programma di difesa integrata permette di ridurre al minimo
l’impiego di prodotti chimici, producendo uve sane nel pieno rispetto dell’ambiente. Le rese per ettaro sono volutamente tenute basse tramite opportuni diradamenti. Proprio in ambito potatura da
quest’anno Pietro ha seguito i dettami di Simonit e Sirch, due agronomi che hanno ripreso un antico modo di operare questa importante fase. E’ stato definito un metodo di potatura che
preserva lo stato di salute della vite, allungandone il ciclo di vita e la produttività, fino ad almeno 50 anni, raddoppiandone quindi l’attuale età media. Il metodo consiste nel potare sempre
sul legno giovane con un approccio lento e mirato.
Il primo vantaggio consiste nel prevenire le malattie del legno, che come una pandemia stanno compromettendo i vigneti. Inoltre viene recuperata una filosofia di gestione del vigneto, in parte
abbandonata, che dava valore alle viti vecchie accrescendo la qualità delle rese. Vengono anche ridotti i costi di gestione perché, applicando alla vite i criteri della medicina preventiva, le
consentono di crescere e invecchiare bene. E viene infine recuperato un antico mestiere che si sta perdendo, quello del potatore. Se si vuole portare la vite alla longevità, bisogna
intervenire fin dalla sua “infanzia”, poiché una potatura errata limita nel tempo l’afflusso della linfa e degli elaborati, provocando danni irreparabili come la perdita di qualità dell’uva prima
e la morte della vite stessa in età ancora giovane; esponendola inoltre alle malattie del legno e aumentando i costi di gestione. L’intervento di un potatore esperto può invece invertire il
processo e prevenire le malattie della vite, perché opera come un chirurgo che decide il destino della vite stessa con interventi il più possibile rispettosi della sua salute.
Per un maggior e naturale ciclo vegetativo-produttivo della vite, Pietro sta valutando di inserire quegli animali che popolavano la sua cascina, sia per riportare lavoro in azienda, sia per
utilizzare gli animali al meglio delle loro peculiarità. Quindi cavalli, asini, capre oppure oche sono le scelte che si stanno valutando come migliori “custodi” tra le vigne. Toglierebbero
naturalmente le erbacce, pesterebbero il terreno e concimerebbero di conseguenza dopo aver mangiato. Vedremo cosa e chi sarà introdotto nel lavoro in vigna in “aiuto” al solo proprietario
dell’azienda.
Con queste premesse e la cura più naturale possibile per le uve, assaggiamo i vini che produce Pietro Arditi. Per chi non li conosce, bisogna subito dire che questa azienda non ha sicuramente
fretta nel vendere il vino, quanto lascia il tempo necessario affinché il vino sia pronto. Così le annate in corso sono quelle dei vini che abbiamo degustato. Solo lieviti autoctoni e nulla di
aggiunto e selezionato.
Si parte con il Rosso Pietro 2007. Barbera del Monferrato in purezza, vinificata in modo tradizionale con i profumi tipici e caratteristici: amarena, ribes e chiodi di garofano. Completa
l’affinamento in solo acciaio. E’ il vino tipico che possiamo definire più schietto e “semplice” della produzione.
Passiamo poi al Perlydia 2001, Barbera del Monferrato 100% vinificata per metà in modo tradizionale e per l’altra parte con una premacerazione fermentativa a freddo e macerazione carbonica. Dopo
l’assemblaggio delle due vinificazioni si ha solo affinamento in acciaio per due anni e a seguire quindici mesi in bottiglia. Spicca al naso il sentore di more e di ciliegia; in bocca è secco,
franco e abbastanza sapido. Si sprigiona poi una sensazione di marasca e si potrebbe quasi pensare ad un passaggio in legno, ma niente di tutto ciò. Un vino che non dimostra per nulla i suoi anni
e probabilmente ancora qualche anno non potrà che migliorarlo.
La versione in legno della Barbera è il Valpane 2001 Monferrato Superiore DOC. E’ un vino in assemblaggio con un 15% di Freisa, tipico taglio che si usava qui in passato. La vendemmia della
Barbera è quasi tardiva; la vinificazione prevede una lunga fermentazione in tini di legno e a seguire l’affinamento in tonneaux da 500 litri per un periodo variabile tra i 15 e i 20 mesi.
Seguono l’assemblaggio con la Freisa. Dopo altri 6 o 12 mesi di bottiglia si ottiene un vino in cui si fondono armonicamente le caratteristiche dei due vitigni. Il corpo e la complessità della
Barbera arricchiti dagli aromi di spezie e del legno si integrano con la fragranza del fruttato del lampone della Freisa, creando un bel vino da complessità e corposità definita ed equilibrata
con un finale di lunga persistenza. Vino sicuramente longevo che sarà un piacere verificare quanto potrà durare.
Dopo tanta pienezza sembra difficile poter crescere come intensità, invece stupisce il Canone Inverso, Freisa 2005 in purezza, che esprime tipicità del territorio e franchezza del vitigno. Dal
nome si deduce come si sia inteso sovvertire la forma più conosciuta della Freisa: vino giovane e brioso. Pietro Arditi, in maniera per nulla ardita, propone un vino fermo di grande struttura e
carattere. Il vitigno è considerato un parente di primo grado del Nebbiolo, così la sua componente tannica è sicuramente rilevante. L’uva è vendemmiata a completa maturità sensoriale e viene
vinificata con lunga macerazione sulle bucce a cui segue un affinamento in vasche di cemento. Ha un naso intenso di frutta rossa arricchita da spezie e sentori leggermente erbacei. In bocca è
morbido e fresco con un buon equilibrio naso-bocca; la parte tannica non sovrasta e rimane ben assemblata e già evoluta. E’ un vino non banale e di spessore, magari non per tutti i palati,
ma sicuramente per chi riesce a cogliere tipicità e qualità.
Ora però siamo in attesa, che dovrà protrarsi per qualche anno, del nuovo Grignolino; quest’anno dovrebbe essere la volta buona per la nuova vendemmia.
Nel frattempo un grosso in bocca al lupo ad un uomo con tanta volontà, intraprendenza e voglia di fare. Non lo spaventa il lavoro e il suo entusiasmo deve portargli i frutti di tanta
dedizione.
Credo che il miglior messaggio che Pietro ha fatto percepire dai racconti della sua vita di campagna è come guardare al futuro e all’innovazione, vedendo cosa di buono e valido e stato fatto nel
passato.
Il futuro è la salvaguardia della tradizione, apportando oggi quello che la storia ha insegnato e la natura ancor oggi ci fa vivere quotidianamente. Ascoltare i ritmi della terra è il modo
migliore per comprenderla e giovarsi dei suoi frutti, mantenendo un equilibrio che consente di apprezzare le meraviglie che ci può dare.