sab
21
mag
2011
Dal Bicchiere alla Vigna, titolo della terza edizione della rassegna valtellinese promossa dal Consozio Tutela Vini di Valtellina, ha fatto tappa fuori provincia a Lecco presso l’ Hotel Il Griso
di Malgrate. L’obiettivo di questo evento è quello di raccontare l’identità del territorio attraverso un itinerario alla ricerca della qualità dei vini di montagna, partendo dal territorio come
valore aggiunto. Così sono stati proposti in degustazione rigorosamente alla cieca, “guidati” solo dalla sottozona di provenienza per poter al meglio rintracciare la tipicità e peculiarità di
ogni espressione zonale della Chiavennasca, denominazione locale dell’uva Nebbiolo nelle terre retiche. Davanti ad una platea attenta e partecipe, Giacomo Mojoli (concept “Dal Bicchiere alla
Vigna”), Alessandro Masnaghetti (giornalista), Marco Simonit (agronomo “Preparatore d’uva”), Claudio Introini (Presidente Fondazione Fojanini), Mamete Prevostini (Presidente Consorzio Tutela Vini
di Valtellina), hanno condotto questa passeggiata tra le diverse, ma allo stesso tempo simili, espressioni di questo territorio. La Valtellina sta cercando di presentarsi, non solo attorno ai
suoi confini, come una zona di montagna importante non soltanto per il turismo invernale o estivo, quanto per l’eccellenza dei suoi prodotti della terra. Già famosi pizzoccheri e mele, ora tocca
al vino portare lustro e rinverdire antichi fasti. Già Leonardo Da Vinci lodava i diversi e potentissimi vini valtellinesi; ora, dopo qualche anno di notorietà con lo Sforzato, si vuol parlare di
vini più bevibili, meno concentrati, alcolici, intensi e con un prezzo oltre alla qualità che punti sul quotidiano.
La tendenza a tenere d’occhio il prezzo va di pari passo con la preferenza a vini più beverini ed eleganti, meno potenti e prepotenti, ma con un’anima e una personalità rintracciabile con il
territorio da cui provengono.
L’incontro era volto a sottolineare l’unicità del “sistema Valtellina”, partendo dal territorio come valore aggiunto. Così sono stati proposti vini dove la modernità radicata col territorio è
espressione di questa nuova veste della Valtellina. Aspetto nuovo e da considerare anche per altre realtà nel prossimo futuro è quello agronomico. Gli interventi di Marco Simonit sono stati i più
interessanti, che hanno aggiunto significato all’istituzionalità presentata dagli altri relatori. Simonit, che insieme a Pierpaolo Sirch ha creato la scuola dei “Preparatori d’uva”, ha
evidenziato l’importanza del rapporto tra vino e ambiente, così come la dinamicità con il radicamento viticolo. La vite è una liana e come tale si comporta. E’ l’uomo che ha deciso di
addomesticarla, quindi di assecondarla alle sue esigenze e voleri. Spesso costringendola e non lasciando spazio e naturalità alla sua crescita. La necessità anche dell’accomodamento è dovuta alla
riproduzione, alla sua proliferazione e crescita in diverse zone, con diversi climi e terreni. Così una pianta con una apparente non forma dovuta alla crescita quasi senza criterio, è la semplice
maturazione del seme e la ricerca della luce da parte dell’apparato fogliario e della struttura lignea del fusto.
Si evince così che la coltivazione della vite non è naturale, ma addomesticata all’uomo e dell’uomo stesso. Quindi le recenti polemiche in merito alla “naturalità” del vino e dei vignaioli che lo
producono, possono lasciare il tempo che trovano, portando ancora una volta il nocciolo della questione sul rispetto della natura e dell’incidenza del produttore, sia sul vino, sia sulla pianta
che fornisce il frutto per ottenerlo. Purtroppo l’addomesticazione della vite ha portato inevitabilmente all’omologazione delle viti e del vino. Questo è salvato dalle diverse varietà di vite,
che se mantenute autoctone, non innestate, tagliate, assemblate, “torturate” e troppo addomesticate con altre viti, può ancora dare splendidi frutti. Quelle ancora poche a piede franco ci
sembrano antichi e inspiegabili reperti appartenenti ad un passato non più visibile e tangibile.
L’importanza della varietà delle specie e il grande patrimonio vitivinicolo nazionale dovrebbe guidarci a non far assomigliare un vino ad un altro, una pianta a quella che sembra più forte e più
bella. La vite ha bisogno e necessità di ramificare, vedi l’archetto capovolto valtellinese, le pergole trentine, i capovolti, quindi è il potatore che decide la vita futura della vigna. Una
selettiva e pesante azione di taglio in principio, può portare a danni irreparabili nel futuro. Il maggior danno che può fare un vignaiolo poco accorto è la mutilazione della pianta, ossia
l’errata tecnica di potatura o il dissennato taglio barbaro che spesso viene effettuato con tanta imperizia e disattenzione.
Deve diventare obiettivo di chi cura la potatura la minor invasività possibile, maggior rispetto per la pianta. Questo porta maggior vigore e tutta la naturalità della sua crescita, quindi
l’espressione propria di ogni singola vite. Sarà la pianta stessa ad auto rifornirsi e combattere con le avversità climatiche e delle condizioni del terreno; l’uomo deve cercare di assecondare
quello che la pianta dimostra con il suo essere, mostrandosi per ciò che effettivamente rappresenta come varietà vegetale.
Sarebbe auspicabile ricominciare a piantare la vite selvatica, per poi impiantare in campo e non affidarsi ai vivai con barbatelle, innesti pensati e studiati a tavolino, già testati e assicurati
per vigoria e produzione. Sicuramente tecnica meno remunerativa economicamente in principio, ma sicuramente di ritorno nel medio lungo periodo, oltre a lasciare maggiore veridicità al vitigno e
alla pianta stessa. Da non sottovalutare poi la tendenza della vite innestata in campo a resistere meglio alle malattie, al miglior modo di adattarsi alle situazioni pedoclimatiche. Tutto questo
specialmente nelle zone difficili della viticultura, proprio per riprendere quell’attaccamento alla terra che la pianta vite ha per i terreni poveri di sostanze nutritive, ma apprezzati dagli
apparati radicali che scavano e si insinuano in quei terreni aridi e impervi. Situazione che aiuterebbe non poco il drenaggio del terreno e la riconquista della terra coltivata nei confronti del
bosco selvaggio e terreno incolto. Questo lo si può facilmente notare su diverse alture valtellinesi, dove bastano pochi anni di incuria e non attenzione alle coltivazioni, per vedere l’incede
implacabile della natura selvaggia.
Il lavoro eroico compiuto dai viticoltori valtellinesi, così come quelli alpini e alcuni isolani, sono il miglior auspicio perché si possano ancora avere emozioni in un bicchiere di vino.
Il titolo del convegno non è una lettura inversa del concetto di identità, quanto il tentativo di far emergere la tipicità di questo territorio, verificando anche una versione e propensione verso
il futuro, non dimenticando il passato. Come spesso accade, anche per il futuro della Valtellina sarà necessario tener conto del passato. Utile riflessione è stata fatta sull’unicità,
particolarità, differenza e sulla vigna.
Da qualche anno Marco Simonit ha preso a collaborare con la Fondazione Fojanini e a breve ci saranno i primi frutti di questo studio con le applicazioni delle tecniche di potatura soffice e tutto
quello che da oltre vent’anni i due agronomi friulani stanno portando avanti come concetto.
Prima della conclusione della serata con una bella cena “stellata”, aperitivo con le eccellenze gastronomiche della Valle, abbinata ai bianchi e vini spumanti prodotti localmente.
Menu pensato e voluto come elogio della semplicità….quella “difficile a farsi”. Cucina semplice di concetto, ma ricca di storia e ingegno di chi la appronta. Preparazioni attente e meticolose, ma
comprensibili e contemporanee, eseguite con materie prime naturali, rintracciabili, eccellenti e al tempo stesso reperibili e utilizzabili quotidianamente. In abbinamento ai piatti oltre venti
vini messi a disposizione dei commensali per poter dare un ampio ventaglio di abbinamenti e differenti espressioni di un ristretto e tipico territorio.
Nella giornata successiva si è voluto poi estendere il concetto con “Bevi Valtellina, esclusivamente per tutti…..” ; aperitivo per i cittadini lecchesi in un famoso e popolato ritrovo del centro
città. Obiettivo era anche quello di promuovere un consumo consapevole per quantità e qualità, specialmente per un pubblico giovane sempre più interessato a questo mondo affascinante.
Questo modo di promuovere un territorio con tanta unità di intenti da parte dei vignaioli è sicuramente la carta vincente per il rilancio di questo territorio.