ven

19

ago

2011

Ai Vignaioli Naturali

di Marco Arturi

Cari amici,
le discussioni pubbliche dei giorni scorsi relative al ritorno di una parte del vostro mondo al Vinitaly sono state nell’insieme deludenti. La questione non era stata resa pubblica per amore di scoop – non qui, almeno – ma per tentare di stimolare l’inizio di una riflessione collettiva e costruttiva; invece sono emersi soprattutto ruggini e rancori, personalismi, pragmatismi in odore di opportunismo. Invece in privato molti di voi hanno mostrato un approccio di segno opposto, meditato e costruttivo, a confermare che quando siete lontani dai riflettori e non avete la necessità di calarvi nel ruolo (o, nel caso di qualcuno, nel personaggio) siete davvero un’altra cosa.
Ecco perché Enodissidenze ritiene che valga la pena di buttare lì qualche riflessione a margine, in parte sintesi di cose dette o scritte con alcuni di voi, che si spera possa rivelarsi di una qualche utilità. Magari la pausa ferragostana può agevolare il compito.

I contenuti
Certo, era il tema portante, ma gli interventi sono stati quasi tutti incentrati esclusivamente sulla fiera, sull’aspetto commerciale. La domanda è: davvero qualcuno tra voi pensa che una manifestazione organizzata in un luogo piuttosto che in un altro possa bastare a fare “sistema”, a configurarvi come movimento, a risolvere i vostri problemi, anche solo in termini di vendite? Giusto ieri un produttore mi ha detto: “Forse quella del prezzo sorgente non era poi ‘sta gran cazzata, perché finché continuo a vendere una bottiglia a 15 euro per trovarmela ricaricata fino a 50 riuscire a non buscare gli schiaffoni dalla crisi sarà dura”. Ed è solo un esempio: si potrebbe (e vi converrebbe) parlare tutti insieme di etica della distribuzione, di avvicinamento tra produzione e consumo consapevoli, di come continuare a comunicare e a dotare di una valenza culturale il vostro lavoro e il vostro ruolo. Perché da queste cose passa il vostro futuro: lo dice chiaramente il passato.

Le identità
A proposito di passato. Chiunque abbia seguito il dibattito ha potuto notare come Vini veri e VinNatur siano stati il bersaglio privilegiato di molti interventi. Allora forse sarebbe giusto ricordare che senza certe intuizioni, senza la storia del movimento di “anarcoidi” partita da Villa Favorita, molti giovani avrebbero trovato maggiori difficoltà a emergere e che per tutti voi le cose sarebbero state più complicate. Se sbaglio, mi aspetto di essere contraddetto: ma possibilmente con onestà intellettuale, perché – tanto per fare un esempio – fingere che all’interno di Renaissance tutti la pensino allo stesso modo e che non ci sia una discussione interna, anche dura, sul ritorno al Vinitaly sarebbe ipocrisia pura. Le divergenze non sono un’esclusiva del gruppo di Bea né di quello di Maule. Ben vengano le critiche a Vini Veri e VinNatur: l’immobilismo, i personalismi, l’autoreferenzialità e tutti i loro limiti. Però sarebbe utile ricordare che le due associazioni sono anche un patrimonio comune che andrebbe tutelato. Ecco perché dico anche – per quanto possa risultare impopolare – che forse continuare così, con le due fiere durante la settimana veronese, non sarebbe sbagliato e che il momento collettivo potrebbe essere organizzato in un altro luogo e in un altro momento.

Insieme, come
Tutti insieme sotto il tendone, allora, auspicando che il progetto abbia alcune caratteristiche: intanto, che sia quanto più possibile condiviso e partecipato in fase organizzativa, al di fuori delle logiche verticistiche ma tenendo ferma – anzi, valorizzando – ogni singola identità associativa. Poi che sia inclusivo: ci sono realtà (i nomi? Officina Enoica, Porthos, Sorgente del vino, pezzi del pianeta CW e altri) che possono continuare a fornire un contributo importante in termini di idee, intuizioni, esperienza e che andrebbero per questo coinvolte. Fondamentale, infine, che si riservi il giusto spazio ai contenuti, da quelli culturali a quelli politici, senza rinunciare a un termine che ha molto a che vedere con la contadinità e con il vino: festa.

“Siamo troppi noi, sono troppe le bottiglie, bisogna allargare la platea dei consumatori”, mi ha detto con grande franchezza uno di voi. Non riesco a non domandarmi cosa sareste oggi, quale sarebbe la vostra “platea” se non vi foste proposti in un certo modo. L’etica, la cultura, la propensione a privilegiare le relazioni umane: questa è la vostra carta di identità, ciò che vi ha permesso di crescere al punto di essere considerati alla stregua di “ingombri” da chi pensa che il vino sia solo brand, etichetta, marketing.

Sarebbe bello tornare a sentirvi dire che anche atti come lavorare in un certo modo la propria vigna o vendere in un certo modo una bottiglia di vino sono azioni che possono contribuire a rendere il mondo migliore: e se state pensando “mamma mia quanto è retorico questo” vi ricordo che sono parole firmate da molti di voi – gli amici di Reinassance in prima fila – non più tardi di un paio d’anni fa, in calce a un documento che si chiamava Carta dei sentimenti e che vede a oggi disatteso praticamente tutto ciò che ci avevate scritto. Adesso attraversate una crisi di identità che trova origine addirittura nelle definizioni: viticoltura naturale, di territorio, sostenibile. L’auspicio vero – e l’augurio migliore da rivolgervi – è quello che riusciate ad affrancarvi da certe logiche che poco o nulla hanno a che fare con la vostra storia per potervi definire, innanzitutto, vignaioli liberi.

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