dom
11
dic
2011
Qualche giorno fa è stato varato il decreto che sancirà i rigorosi
provvedimenti previsiti nella finanziaria, che dovrà portarci ( costi
quel che costi) al pareggio di bilancio nel 2013. Tutto è stato
stabilito: uomini e donne che dovranno andare in pensione circa 8/10
anni dopo fin qui era stato stabilito, aumento rigoroso delle tasse (
benzina, ici, ecc.), riduzione del Welfare State ( ergo: fondo
politiche sociali, quindi assistenza e servizi alla persona) e così
via. Ed io da qualche giorno vago per le strade di Milano con la
consapevolezza di incontrare persone sempre più incazzate. Ma, ahimè,
gli incontri che faccio sono tutt'altro di persone incazzate, ma
viceversa sono volti di persone rassegnate. Come l'incontro fatto
ieri, mentre tornavo da lavoro.
Avevo raggiunto la fermata della 91 ( la circolare sinistra: quella
che da piazzale lotto ti porta a piazzale Lodi, per intenderci) quando
ad un tratto inciampo nel volto di una persona sulla cinquantina che
in mano tiene una busta di tavernello. Non era il solito cosiddetto
barbone o senza fissa dimora ( per usare gli eufemismi cari alle
borghesie). No, il suo volto era quello di un uomo dal ceto medio.
Distinto, curato, ben vestito. Il suo unico tratto distintivo che gli
conferiva tristezza e anomalia era la busta del tavernello. Ed è per
questo che decido di "seguirlo", nel suo percorso. Così, decido di
salire sull'autobus, iniziando una sorta di osservazione partecipante
( cara ai sociologi).
Gli incontri dell'autobus sono incontri di mani rugose, volti di vite
vissute; essi non hanno colore, hanno i segni della quotidianeità;
essi non hanno Nazione, hanno il volto della sofferenza di un vivere
mediocre, lontano ( oh si di certo) dalla felicità.
I volti che guardo non predicano politica, nè tantomeno la praticano:
essi vivono, anonimi, tentando di arrivare alla fine del mese, per poi
ricominciare il giro di giostra, sfidando la quotidianetà .
Quelle che incontro sull'autobus sono vite di popolo, di quelli che
fanno statistica ( quindi numeri), che meriterebbero di esser
conosciuti, uno per uno, volto per volto, vita per vita.
Arrivo in Piazza Lodi, al capolinea, l'uomo con il Tavernello scende
anche lui. Mi permetto di improvvisare un'intervista (
sociologicamente corretta) e gli chiedo il nome: "Alberto" mi dice.
"Perchè me lo chiedi" prosegue. Perchè mi ha incuriosito una busta di
tavernello sul volto di un uomo, che fino a ieri veniva definito
appartenere al ceto medio.
"Sai com'è. Io amo il vino, se avessi ancora la possibilità berrei il
Barolo ( il vino dei vini, così lo definisce Alberto), ma da qualche
mese sono in Mobilità, lo stipendio non c'è più", "e poi - continua,
con voce imbarazzata - tante e tante altre sono le cose che ti fanno
precipitatre nel circuito della povertà..."
Alla fine del breve incontro quando sto per salutarlo, mi lascia con
un saluto: " sai amico, la felicità non è di questo Mondo, e sai
perchè?" No, gli rispondo: " perchè non tutti hanno diritto a bere un
buon Barolo".