ven
13
gen
2012
Abbiamo chiuso il 2011 con una delle fiere enoiche più apprezzate e partecipate quale è La Terra Trema a Milano; ora riparte un nuovo anno che si preannuncia sempre più in recessione, anche per
il mondo del vino. Questo per lo meno quanto dicono gli esperti del settore, anche se poi leggendo i dati della produzione e i ricavi delle vendite e non sembra proprio che il comparto vino
soffra particolarmente, grazie anche alle esportazioni.
Ogni anno mi ripropongo di partecipare a meno degustazioni, banchi di assaggio o mirate rassegne vinicole, ma poi sembra che col passare del tempo questi eventi si moltiplichino. Spesso nuovi
soggetti nascono e pensano di poter sfruttare una moda, che da diversi anni ha ammaliato il nostro paese e tutte quelle persone che scoprono o riscoprono il vino. Se non ci fosse solo un aspetto
edonistico, distintivo e di compiacimento, ma con un’aggiunta di consapevolezza di ciò che si mette nel bicchiere e del lavoro che c’è dietro una bottiglia, sarebbe già un buon passo
avanti. La strada è lunga e perigliosa, ma non disperiamo.
Uno dei migliori modi per comunicare ed educare la gente è il contatto diretto. Questo però ha portato ad un proliferare di momenti che vedono il vino protagonista; però ora stiamo
esagerando.
Ci sono produttori, indipendentemente dalle zone di Italia dalle quali provengono, che mi è capitato di vedere 3 volte nel giro di 10 giorni in regioni diverse nella penisola per differenti
manifestazioni. Eppure ogni presenza costa denaro, tempo e ….. bottiglie ! Poi ci sono sempre, e non sono pochi, quelli che piangono miseria e si lamentano a priori. Sono anni che consiglio a
tutti i produttori di limitare drasticamente le apparizioni pubbliche, non tanto per fare i preziosi o gli snob, quanto per rimanere di più in cantina, in vigna, in azienda, ossia più vicini e
attenti alla propria essenza. Maggior attenzione al vino, non vuol dire assenza di comunicazione e conoscenza, bensì un adeguamento e consapevolezza che non si può essere ovunque e per chiunque.
Inoltre ci sono spessissimo costi esorbitanti, che impongono poi a molti produttori di variare il prezzo della bottiglia. Questo motivato dal fatto che i “costi accessori” aumentano di anno in
anno. E non si parla di attrezzature per la coltivazione o trasformazione dell’uva, ma proprio per quelle operazioni commerciali e di immagine che molti reputano necessarie per far conoscere il
proprio vino. Anche per questo aspetto, la moderazione e l’equilibrio dovrebbero guidare gli accorti vignaioli.
Anche se nell’anno appena concluso qualche manifestazione è salta o è stata posticipata, vi è stata una disgregazione tra associazioni, che ha portato anche un po’ di disorientamento. Questo
principalmente tra i produttori dei cosiddetti vini naturali, che spesso si interrogano su chi sono e dove vogliono andare. Quest’anno infatti li vedremo rimescolarsi a kermesse di primario
interesse nazionale e internazionale, come già lo scorso anno è accaduto. In queste famose e sempre più inflazionate manifestazioni i costi di partecipazione sono esorbitanti e per anni sono
state avversate da molti produttori, che preferendo la semplicità e naturalità, decidevano di non prendervi parte. Ora sembra che le cose siano e stiano cambiando, pur con dei distinguo e con
differenti motivazioni, più o meno condivisibili. Sicuramente non si può negare la libertà ad ogni vignaiolo di partecipare alle manifestazioni che preferisce e con le modalità che meglio crede.
Solo che poi non si possono usare slogan e proclami che vogliono distinguersi “dagli altri”. Coerenza e serietà impongono che ognuno dia conto ai propri sostenitori –che poi siamo tutti noi che
consumiamo i loro vini e ne decretiamo sopravvivenza, fortune e fama- di quello che vogliono comunicare.
Il primo e più importante biglietto da visita è il vino, ma come sopra accennato, non ci si dovrebbe solo fermare la prodotto; proprio perché non dobbiamo vedere il vino come mero prodotto di
consumo, quindi merce. Lo è anche sicuramente, ma dobbiamo andare un po’ oltre. Questo per tutti coloro che vogliono rispetto per il frutto del lavoro che compiono anno dopo anno e con la
passione che portano fino sotto il sughero.
Sarebbe bello trovare più vignaioli che decidono di unirsi non per formare e fondare un nuovo gruppo o associazione, quanto per condividere un altro elemento distintivo da molti altri colleghi.
Questo unirsi servirebbe per creare e partecipare ad iniziative popolari per il vino, ossia non mosse dal guadagno speculativo attorno all’elemento catalizzante. La fiera a costo zero deve
diventare possibile, contro ogni logica, ma a favore della libera circolazione e acquisto del vino. Se il mercato ora è libero e globale, come mai per “vendere il proprio frutto del lavoro” i
vignaioli debbono pagare ? E questi denari siamo poi sicuri che non vengono riversati anche sul costo complessivo della bottiglia che ognuno di noi acquista ?
Per un maggior consumo, e non abuso, di vino, affinché torni ad essere effettivamente alimento popolare e diffuso, ci vogliono diversi aspetti che concorrano a rendere molti prezzi più
abbordabili. L’idea del vino quotidiano fu una illuminante idea promozionale di una nota guida, che iniziò a sottolineare come si potesse bere bene tutti i giorni senza accendere un mutuo in
banca. Ora però quell’idea di quotidiano ha raggiunto cifre decisamente ragguardevoli, quindi definirlo tale è un eufemismo per i tempi che corrono.
Così il monito che vorrei lanciare ai vignaioli è quello di decidere con attenzione e oculatezza dove apparire, valutando con estrema attenzione anche i costi e benefici. L’idea poi della
manifestazione auto sovvenzionata e prodotta è quello che potrebbe diventare una nuova e innovativa strada per il futuro. Sponsor e supporti sono ben accetti, purché non diventino poi
condizionanti. Il mercato senza mercati sarebbe la rivoluzione sociale che si potrebbe proporre anche per il vino. Già in diversi ambiti della vita sociale si sta tornando addirittura allo
scambio, a volte al baratto. E’ una specie di allontanamento della moneta e di quello che rappresenta come reale valore. Concetto decisamente antico quanto incredibilmente moderno, svincolato
dalle logiche affaristiche che nel mondo del vino, a diverso titolo e da diversi ambiti, ormai vediamo attorno a noi con sempre maggiore frequenza.