ven

17

feb

2012

Vino in Bocca

di Ivano Asperti

C’è un vino che spesso veniva citato nei libri di Giorgio Bocca: difficile non individuare subito il Barolo, visto la nascita cuneese del partigiano della verità e del vino vero.

Lo conosciamo tutti come scrittore attento e scrupoloso, baluardo di quella anti-italianità portata avanti in una delle sue rubriche. Ma alla fine della guerra ci fu anche un tentativo di diventare commerciante del nettare di Bacco. Lo raccontò alla fine degli anni ’90 per l’inserto “I Segreti del Gusto” allegati al quotidiano La Stampa.

Nei mesi subito dopo la fine della guerra, con un paio di amici della sua stessa formazione partigiana di Giustizia e Libertà, cercò il modo di tirare avanti. Il giornalismo non dava da mangiare. Erano tempi incerti. Così venne loro l’idea, dopo la vendemmia del 1945, di comperare vino all’ingrosso e rivenderlo al minuto sul mercato di Cuneo. I cuneesi di montagna non hanno vigne vicine, il vino è un amico un po’ straniero. Andarono a Narzole, ai confini dell’Albese, con un vecchio camion e delle botti di recupero. Volevano rivendere quel vino alle osterie delle vallate, ma non li conoscevano, erano diffidenti e forse non era neppure un granché. Finì che dovettero svenderlo agli amici e il resto lo bevvero loro stessi, perdendoci però un bel po’ di soldi.
E fu così che Bocca non pensò più a vendere vino. Intraprese con tenacia e crescente successo la strada del giornalismo alla "Gazzetta del Popolo". Ma non perse più di vista il mondo contadino e delle cantine. Tra gli svariati aneddoti raccontati nella sua lunga vita, c’è la conoscenza con Giacomo Morra, patron del ristorante Savona di Alba; costui fornì preziosi consigli, visto la sua diffusa e capillare conoscenza in ambito vino.
Quando Bocca passò poi al Giorno di Milano organizzò spesso gite nelle Langhe con i colleghi. A Barbaresco andava alla cascina dei Bianco e conosceva bene Giovanni Gaja, il padre di Angelo.
Le esplorazioni vitivinicole lo portarono a Barolo e all’incontro con i Mascarello.

Bartolo Mascarello, uomo indiscutibilmente di sinistra, ma di una sinistra non settaria, illuminata ed illuminista, rigorosa nel suo essere favorevole o contraria a qualcuno o qualcosa, ma non intollerante, disposta all’ascolto anche di chi ha idee diverse.

Anche con la conoscenza di Bartolo, vignaiolo anomalo con più libri che bottiglie in cantina, portò Giorgio Bocca a sostenere che la cantina deve essere come una libreria, con vini di tutti i generi e di autori diversi.

Si lamentava della mancanza di locali adatti nelle case di città, compresa la sua di Via Bagutta, dove comunque aveva un migliaio di bottiglie.

Parlando dello spazio che oggi il vino ha conquistato sui mezzi di comunicazione, sosteneva e verificava come certi giornalisti specializzati si rifugiano in gerghi impossibili. Un grande divulgatore è stato Mario Soldati, poi è venuto Veronelli, chi lo imita non è all’altezza e si parla comunque troppo poco dei vini da tutti i giorni.
Bocca aveva da una ventina di anni finanziato l’investimento della figlia Nicoletta a Dogliani. Si era consigliato con l’amico Quinto Chionetti. Nicoletta aveva deciso di cambiar vita e trasferirsi sulle colline di Dogliani, facendo nascere l’azienda San Fereolo. Donna caparbia e tenace, che si è fatta strada da sola, non sfruttando la notorietà del padre.

Col passare degli anni il suo Dolcetto divenne sempre più personale così da riconoscerlo distintamente; non era quindi necessario aggiungere in etichetta il cognome Bocca, anche se al papà Giorgio avrebbe probabilmente fatto piacere.

 

 


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